giovedì 10 novembre 2022

PIETRA de' GIORGI e... il colore locale

Tempo fa una compita signora mi ha rimproverato perché io, in alcune pagine che avevo scritto sulla Pietra de' Giorgi dei tempi andati, non avevo reso il "colore locale". I vecchi da me intervistati erano solo delle "voci" e non testimoni di un passato, con le sue passioni, i suoi vizi e le sue virtù. Probabilmente la compita signora si aspettava di leggere delle pagine commoventi. E invece io avevo imbastito una sorta di processo alla storia, per spiegare come mai Pietra de' Giorgi, da vivace villaggio contadino fosse diventato col tempo un quartiere dormitorio di villette che si ignoravano l'un l'altra.

Oggi posso confessare che io, nelle interviste ai sopravvissuti della Pietra de' Giorgi degli anni '40 e '50 non ho mai avvertito nessuna nota "passionale". E quindi ho finito per imbastire un processo alla storia di Pietra de' Giorgi per mancanza di... "colore locale".

"Possibile che a Pietra non ci siano mai state storiacce di corna?". Mi chiedevo io guardando in faccia quelle vecchie e quei vecchi?  Possibile che a Pietra de' Giorgi, come me la raccontano questi qui, ci sia stato posto solo per il duro lavoro dei campi, il formaggio, gli alberi da frutto, i bovini e gli ovini, le strade sterrate, la guerra, la fuga verso la pianura dei giovani, alla ricerca di una vita diversa da quella, probabilmente 'grama' condotta dai loro genitori e dai loro nonni?

Ogni tanto qualcuno alludeva alle sagre e alle feste di paese. Parlava del cinema che era stato aperto dal padrone della distilleria. E poi... magari saltava fuori qualche pudico accenno alla povertà di molti abitanti di Pietra e quella frase, un po' cattolica, che suggeriva l'idea che a Pietra nessuno era mollato a se stesso e se c'era bisogno di aiutare qualcuno, beh, lo si faceva senza far tante storie.

Insomma, io con le mie interviste non ero riuscito a sollevare nessun velo. Davanti a me scorreva la storia di un paese che era stato contadino per centinaia di anni e che a un certo punto aveva dismesso i suoi bovini, i suoi ovini, i suoi alberi da frutto. Per convertirsi a una asettica coltivazione della vite. Solo e soltanto della vite. Con la maggioranza della gente che ormai lavorava giù al piano, preceduta in questo esodo dai ragazzi degli anni '50, che erano andati a fare i salumieri a Milano, le operaie nelle fabbrichette di bambole di Santa Giuletta, gli operai alla Necchi, alla Cementifera e via discorrendo.

Però una trama nascosta si intravvedeva in quei racconti. I paesani di Pietra erano quasi tutti imparentati fra di loro. Pietra era un agglomerato di famiglie, con sempre gli stessi cognomi.

A portare un po' di colore in questo grigiume c'era solo l'antenato di questa o di quella famiglia che, invece, veniva da fuori e aveva avviato una attività a Pietra. Come il padre di Roberto Torti, che prima di aprire una trattoria a Pietra, in via Moretti, aveva gestito un bar a Mornico Losana: il bar che poi sarebbe diventato quello dei fratelli Calvi, "famoso" in zona per le sue ciambelline.

In questo scenario alcuni spezzoni di storie facevano intuire un po' di vita. Era però solo un baluginio momentaneo. Come la storia di Marisa Tidone (che poi non si chiama affatto Marisa) che da ragazzina era scesa a Pietra per la vendemmia provenendo da Romagnese, ospite in casa di certi cugini. E qui aveva conosciuto il suo futuro marito.

A muover tutto, a Pietra, sembra proprio che, fin dai da tempi antichi, sia stata l'uva e il vino. Anche quando l'uva non era la regina delle valli e dei poggi (come adesso), ma era solo la coltivazione che consentiva di fare un po' di commercio e di tirar su qualche spicciolo. 






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