sabato 18 marzo 2023

INVECCHIARE a PIETRA de' GIORGI

Conta di più dove si invecchia o chi si è? 

Sicuramente conta molto la persona, la sua indole, la sua storia. Anche se la condizione di vecchio ha la prerogativa di appiattire un po' tutti. Ma quanto il fatto di vivere in un paese dismesso come il nostro rende ancora più piatta la vita che può condurre un vecchio?

Ultimamente il dibattito sulla vecchiaia ha ripreso forza. Sul tema è intervenuta Lidia Ravera, coautrice in gioventù di un famoso best seller: Porci con le ali (1976). Lidia appartiene alla classe demografica dei baby boomer e da un giorno all'altro, guardandosi intorno, ha constatato che i baby boomer erano ormai diventati tutti vecchi. 

Ma prima ancora che una scrittrice nata nel 1951 facesse mente locale  (cioè constatasse il fatto di aver ormai guadagnato la soglia dei sett'antanni), il tema era già apparso sui radar per via del Covid, che come è noto ha accellerato la dipartita di molti anziani.

Divagazioni a parte, in cosa consiste la condizione di chi è anziano?

L'approccio scontato e più popolare (potremmo dire addirittura più pop) io lo riassumo in una frase: oh che dulur! Questa frase in lombardesco la sento da quando ero bambino, in bocca ai conoscenti anziani dei miei genitori che si lamentavano delle loro invalidità. Allora fra i vecchi "andava di moda" l'artrite e l'artrosi. Più la seconda che la prima (le malattie autoimmuni sono "venute" dopo). E andavano di moda i fanghi ad Abano Terme. Ma c'era anche qualcuno che accusava generici mal di fegato. Probabilmente si trattava di calcoli alla cistifellea. Questi anziani, che avevano una faccia tendente al giallo, frequentavano Montecatini terme.

I dulur, come è noto a chi bazzica la letteratura, non sono tuttavia una pregogativa dei vecchi. Il "giovane Werther" soffriva di dolori dell'anima e il "giovane Holden" era anche lui sulla buona strada. Certo i due protagonisti non erano affetti da artrosi. Ma, se ci trasferiamo di nuovo nel presente, non è che la condizione giovanile sia oggi particolarmente florida e "sana". Insomma, i due estremi sembrano condividire la stessa sorte, anche se i vecchi soffrono di una maggiore vulnerabilità fisica (ma vogliamo parlare dell'anoressia e della bulimia, che sono patologie tipicamente giovanili?).

Perchè i giovani e i vecchi "soffrono" di più i malanni del corpo e quelli dell'anima e gli "adulti", di massima, sembrano invece filar via lisci o tuttalpiù sono vittime di un menage (famiglia, lavoro) troppo stressante?

Perchè gli adulti sono troppo impegnati a lavorare, a far carriera, a divertirsi (quando ci riescono) e soprattutto gestiscono un carnet corposo e ben oliato di relazioni.

Riandando indietro nel (mio) tempo, non posso non constatare che dall'età di 23 anni fino ai 65 circa io non ho fatto altro che vivere appassionatamente "nel mondo": ovverosia, ho lavorato e ho coltivato soprattutto relazioni di lavoro. Prima dei 23 anni avevo perso tempo a "parare i colpi" (cioè difendermi dai diktat della famiglia e dalla scuola). Adesso mi limito a vivere in una bolla, vale a dire in un luogo fisico e mentale desertificato: molti dei miei conoscenti li ho ormai persi di vista, nuove conoscenze ne sto facendo pochine e sono tutte del genere oh che dulur

Non tutti però, invecchiando, vanno a vivere in cima a un monte.

Io mi sono fatto risucchiare dal gorgo del deserto pensionistico e predalino. Mia moglie al contrario, ha tenuto in vita il suo carnet storico. Alcune liaison sono vecchie di cinquant'anni. Altre sono degli abili repechage. E ci sono persino delle new entry.

La conclusione sembra a questo punto scontata: il villaggio (in)felice non è il principale indiziato. Si può vivere a Pietra de' Giorgi e non essere degli eremiti o dei condannati al 41bis.

Anche i dulur non sono neanche loro i principali responsabili della condizione dell'anziano. E' pur vero che io oggi spendo quasi tutti in analisi mediche, dottori, medicine. Mentre, fino a vent'anni fa, io conoscevo solo l'aspirina (in genere assunta la mattina dopo una bella sbornia). Ma non è questo il punto. I dolori "pesano", non c'è dubbio. E c'è chi, da questo punto di vista, è più sfigato, chi meno. Ma soprattutto pesa il fatto di non avere più, da vecchi, nè un presente, nè un futuro.

Presente e futuro dopo il pensionamento scompaiono "magicamente" dai radar. Non c'è paragone infatti fra la "grassa" anche se faticosa condizione di chi lavora (e ambisce a fare carriera) e la condizione del pensionato, che è grasso che cola se ha dei nipotini a cui badare, surrogando i loro genitori. Questo per quanto riguarda il presente. 

Quanto al futuro, la Ravera si lamenta del fatto che non è più corteggiata come quando era giovane. Centrato in pieno il bersaglio! Il futuro del pensionato non offre infatti sorprese. Parliamo di belle sorprese, perché quelle brutte sono invece dietro l'angolo. Per comprenderci, va detto che quando si parla di "corteggiamento", la parola va intesa in senso lato: sei corteggiata (corteggiato) quando sei apprezzata sul lavoro, quando fai carriera, quando hai decine di persone che ti cercano per il ruolo che occupi. 

Fate caso all'espressione infastidita che hanno i politici quando vengono assediati dai giornalisti e dai fotografi. In realtà il loro fastidio è fasullo e sotto la patina trapela un tronfio compiacimento: essere "corteggiati" da tanta gente è un "bel vivere", va là...

E se invece vivi in un villaggio in cui il problema della vecchiaia non è (mai) all'ordine del giorno... e tu magari sei un tipo poco intraprendente... Come la mettiamo?



 



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