Non come viviamo. Questo ognuno di noi lo sa benissimo. Ma, per che cosa viviamo? Qui mi permetto di dire che forse sono in pochi quelli che potrebbero rispondere a questa domanda, senza cadere nel trabocchetto delle cosiddette "razionalizzazioni". Ovvero spiegazioni di comodo, a posteriori, belle da vedere e da toccare.
Ma perché mi pongo (e vi pongo) questa domanda? Beh, nel mio caso è la vita che mi ha suggerito il quesito. O meglio: il cambiare che è insito nel vivere. Prima si spasima per un bel musetto (c'entra forse il testosterone?) e questa fase dura, a seconda dei casi, per degli anni o per dei decenni. Poi, come si suol dire, si tirano i temi in barca e si comincia a pensare alla propria salute. Oppure ci si dedica ai nipoti o a soccorrere il prossimo. Questione di "gusti". C'è anche, ovvio, chi invece per decenni i bei musetti non li ha visti neanche e ha visto magari solo l'avanzamento di carriera o l'ultimo modello di Audi.
Ma queste sono ovvietà.
Vengo perciò al dunque. Oggi sono comparsi sul Domani (quotidiano antigovernativo che io leggo come se fosse il Vangelo) ben due articoli sul TEMA. Uno intitolato: "Chi vive solo per la sua narrazione" e l'altro intitolato "Godere è il fine ultimo". Se vi capita procurateveli. Sono assolutamente illuminanti.
Questi due articoli nel mio caso hanno svolto la classica funzione della lampadina nei fumetti. Cioè, hanno illuminato di botto riflessioni che io mi porto dietro da anni, ma che non sempre hanno brillato per acutezza.
Farò adesso, brevemente, il mio esempio, per fornirvi un aiutino.
Io per cosa vivo? Beh, attualmente (e sottolineo attualmente) vivo per... il problem solving!
Stupore e costernazione: Ma cosa ci sta dicendo questo qui?
Allora... Io passo giornate intere a documentarmi sulle patologie che affliggono l'uomo contemporaneo e nello specifico quelle che riguardano me. Passo giornate intere a cercare di migliorare il mio standard abitativo (impianto elettrico, isolamento termico etc. etc.). Passo giornate intere a sistematizzare le mie considerazioni sulla vita in forma di romanzo. Ben sapendo che nessuno o quasi li leggerà. Come qualcuno di voi forse sa, ad oggi di romanzi ne ho scritti 7 e tutti e 7 cercano di dare una risposta alla domanda che ho posto all'inizio: per cosa viviamo?
Il problem solving, dunque.
E Fiorella (per chi non lo sapesse: mia moglie)? Beh Fiorella svolge la funzione della cavalleria che proteggeva il fianco sinistro dell'armata di Annibale nella battaglia di Canne. In altre parole è colei che mi assicura la serenità necessaria per affrontare la vita nella modalità che ho descritto prima. E' insomma il punto fermo. L'ancora di salvezza. Chiamatela come volete...
(Dopo di che è tante altre cose ancora. Ma ai fini del nostro discorso basta quanto ho detto).
Ovvio che io non c'entro niente con colore che vivono la vita avendo come fine ultimo il godimento. Giovani ma anche non più giovani. Che hanno la bava alla bocca (forse un attacco di piccolo male) se non possono cenare fuori, andare in birreria o in discoteca, ostendare capi firmati e acconciature eccentriche.
Individualismo godereccio. Traduco io con una punta di malevolenza.
C'entro invece un tantino di più con chi vive la vita come narrazione. Però io non mi ostento, non dispenso la mia narrazione ai quattro venti. Caso mai dispenso le mie pensate. Questo sì. Ma non vado in giro a raccontare com'era buono il Mojito che ho bevuto fronte mare o come è brava mia figlia che ha vinto un torneo di vattalapesca! Ciò che faccio me lo tengo per me e in questo senso non sono un uomo del mio tempo.
Mi rendo conto che questi discorsi possono apparire a qualcuno un po astratti. A fianco di chi gode la vita, attaccandosi spasmodicamente ai piaceri. E a fianco di chi gode la vita raccontandola, c'è una torma di persone che vive per sopravvivere o per consentire ad altri di sopravvivere: i figli, i genitori anziani. E poi c'è una torma di persone che non vive (i depressi). Ci sono anche coloro che vivono incarnando un RUOLO, a volte virtuoso a volte meno. Il ruolo di nonna Papera, ad esempio. O il ruolo di Cenerentola. Ma anche quello del Cattivo.
Domanda. Queste persone, secondo voi, hanno il tempo e la capacità di porsi la domanda: Ma io per che cosa vivo?
Mi auguro di sì, ma un po' ne dubito. Sono presuntuoso e snob. Lo so. Colpa del liceo classico...
Cosa voglio dire. Voglio dire che alcuni sono così calati in una parte. La svolgono così assiduamente e così abilmente, che difficilmente si porranno una domanda la quale rischia solo di mandare a scatafascio tutto il loro bel castello di carte.
Perchè mai dubitare di qualcosa che abbiamo costruito faticosamente negli anni?
Risposta: non si tratta di dubitare. Si tratta di rendersi conto. Di capire come ci posizioniamo nello scacchiere del mondo. Aspiriamo ad essere in prima fila? Ci accontentiamo del ruolo "garantito" dell'onesto Pedone? Siamo una Regina o una fottuta Torre?
Piccolo inciso: rispondere a questa domanda può anche essere utile ai fini della sopravvivenza. Il buon Pedone infatti rischia a volte, se non sta attento, di essere travolto dagli avvenimenti. Sta succedendo a milioni di persone in questo preciso momento. E il re della notte può non accorgersi che davanti ai suoi piedi si sta aprendo una voragine. Vabbè, avrà sempre la possibilità di raccontarla. Come fanno tutti quegli influencer, quegli attori, quei cantanti... insomma tutti quei VIP che si sono beccati un cancro (e non sono pochi). Dopo di che si consolano facendo coming out. La loro vita l'hanno organizzata proprio in funzione di questo.
In modo, cioè, che ci sia sempre qualcuno desideroso di sapere come stai trascorrendo, nel bene o nel male, le tue giornate.
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