sabato 21 gennaio 2023

LA "maledizione" della COLLINA

Quelli della Culena, dicono gli abitanti della pianura. E sembra che lancino un insulto.

I due mondi sono in effetti separati. E sono distanti. Malgrado la manciata di chilometri che separa il piano dalla "prima collina" (diverso ovviamente il caso delle località dell'interno, tipo Romagnese).

Ma cos'è che li separa? Se avete pazienza di andare avanti a leggere, forse ci arriviamo.

Negli anni in cui i villaggi di Collina erano popolosi il doppio dell'attuale (parliamo dell'anteguerra e dei primi anni del dopoguerra), la gente girava da un villaggio all'altro e oltre a scendere per lavoro in pianura, saliva in collina per maritarsi o per aprire un'attività.

Insomma, c'era movimento. Non c'era ancora la distanza che c'è adesso.

Il nonno di Simona Pasotti era di Bressana Bottarone. Ma ha sposato una Morini di Pietra de' Giorgi e durante la guerra è sfollato in collina, per rimanerci. Il nonno materno di Germana Mangiarotti (viticoltore) era di Arena Po. Il nonno di Maria Giulia Mezzadra (agricoltore)  proveniva da Cava Manara. Claudia Torti è di Voghera, ma ha sposato il predalino Giampiero Busi, fabbro e per un certo tempo ha vissuto a Pietra de' Giorgi. Marisa Tidone è nata a Romagnese, ma ha sposato Roberto Torti, il cui nonno era origininario di Montecalvo Versiggia (Val Versa). Il padre di Roberto, Carlino, non era neanche lui un predalino. Per un certo numero di anni ha gestito un bar a Mornico Losana. Dopo di che si è trasferito a Pietra e ha aperto una trattoria, poi anche panetteria.

Sono, questi, tutti nomi che non diranno niente ai miei lettori "forestieri", ma che sono ben presenti ai predalini di oggi. Sono tutti casi che testimoniano una circolazione dal piano alla collina che in quegli anni era "normale", mentre oggi è diventata un'eccezione. Negli anni del dopoguerra si è infatti instaurato un flusso opposto, da Pietra verso Pavia e verso Milano, ma anche più banalmente da Pietra verso i borghi che costeggiano la statale 10. Flusso di giovani, desiderosi di un'opportunità che l'agricoltura, praticata dai loro padri, non offriva più. Giovani che sono andati a lavorare in fabbrica. Fino a che l'oltrepo pavese ha avuto delle fabbriche. Perchè negli anni successivi al boom ha cominciato a perderne una via l'altra: dalle fabbriche di bambole di Santa Giuletta, alla cementifera di Broni, alla fornace di Redavalle, al grosso stabilimento della VINAL di Santa Giuletta. Sopravvive solo, fra le fabbriche "frequentate" dai predalini, la Necchi di Pavia, che però ha subito un evidente declino dai tempi del dopoguerra.

Ma in cosa consiste la "maledizione" della collina?

Ebbene a questo punto abbiamo tutti gli elementi per svelarlo.

E possiamo dire che questa che abbiamo chiamato fantasiosamente "maledizione" consiste nello stereotipo che a un certo punto si è instaurato. Per cui culena oggi equivale a vino. E quindi si sale in collina (se ci si sale) solo per comperare vino o per fare una scampagnata, coronata dall'immancabile pane + salame + bonarda.

Qualcuno beninteso è attirato anche dal paesaggio. Che diciamo come stanno le cose, è sublime quanto può esserlo quello toscano e quello monferrino. In questo caso non possiamo parlare di maledizione. Ma possiamo parlare sicuramente di vocazione mancata. Perchè Pietra, come Mornico, come Montalto, come Castana e via discorrendo potrebbe essere una meta turistica di serie A. Ma in reltà raccoglie solo le briciole del turismo nazionale e internazionale.

Tirando le fila, possiamo dire che su questa zona grava una equazione borghi collinari = vino, la quale giova sicuramente ai vignaioli, ma non giova certo agli altri abitanti di questi borghi, nè ai borghi in sè e per sè. Infatti il vino qui non dà lavoro se non a qualche sparuto rumeno e albanese. Non crea una robusta commercializzazione in loco, perchè manca tutto ciò che dovrebbe fare da contorno al vino per renderlo trainante: delle vere cantine per la degustazione, dei negozi, delle trattorie, dei B&B, degli alberghi etc. etc.

A Pietra de' Giorgi in questi anni è sorto un B&B (gli Acini), gestito da un valente viticultore, Antonio Dellabianca. In compenso ha chiuso l'unico albergo della zona, il Savini di Scorzoletta.

Cosa ha determinato una situazione come questa, che a prima vista sembra senza via di scampo?

Beh, un certo numero di concomitanze. Che andiamo ad elencare, ben sapendo che il discorso è più complesso.

1) Strade pessime, a "una piazza e mezzo" e piene di buche.

2) Nessuna politica del territorio, teso a valorizzare le bellezze paesaggistiche, i monumenti, le tradizioni locali.

3) l'abbandono dell'agricoltura tradizionale, il cui vuoto è stato riempito dalla monocultura della vite. Questa però non ha costituito un richiamo per i giovani e per i "forestieri". Di conseguenza in paese è rimasto solo lo zoccolo duro dei "nativi". Gli irriducibili. Tutte persone che svolgono  un lavoro in pianura e quindi, de facto, sono dei pendolari.

4) il Covid ha dato inizialmente una piccola spinta. Qualcuno nel 2020 è salito a Pietra, ha comperato casa, si è installato qui con il suo computer. Qualcuno è venuto a vivere a Pietra perchè le case costano meno. Di questi "qualcuno", c'è chi si è pentito della scelta fatta. Perchè Internet è quello che è (la banda larga non è ancora fruibile). Perchè in paese manca, letteralemte, tutto. 

Ma  soprattuto perchè non si intravede nei suoi abitanti e nei suoi amministratori una chiara volontà di girare pagina.




 


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