IL
CAVALLO DI TROIA
Domenico
da bambino era molto, molto pauroso. E come tutti i bambini paurosi, alla mal
parata se la faceva nei calzoni.
La
sua passione era disegnare cavalli. Il suo terapista, trent’anni dopo, avrebbe
sentenziato: “Lei sicuramente aveva voglia di scappare via!”.
Certe
volte si sentiva come se il cavallo anziché portarlo, veloce come il vento,
lungo praterie sconfinate, lo incapsulasse dentro di sé nella sua pancia (il
suo rammarico infatti era di disegnare cavalli sempre troppo panciuti).
Domenico in quelle panze, tale e quale a Geppetto, ci alloggiava per dei giorni.
“Quand’è che questo qui si addormenta, di modo che io possa sortire dalle sue
fauci e tornare alla mia pappa preferita. Tutta questa sbobba a base di fieno
mi dà la nausea”.
Una
volta capitò che Domenico non si sentisse solo in quell’antro. Di più. Gli
sembrò addirittura che l’antro avesse cambiato sostanza e fosse diventato più
duro, più asciutto. Inoltre c’era un nuovo odore, che non era più quello del
fieno e della amilasi pancreatica. Odore di pino d’Aleppo di sudore, di orina,
di piedi e ascelle non lavati, di ascessi, di ferite che si stavano infettando.
Un brusio impercettibile in una lingua straniera aleggiava nella pancia del
cavallo e ogni tanto si sentiva il cling di un metallo che urtava un
altro metallo. Poi, dopo un po’, la pancia del cavallo tornò ad essere la
pancia di un cavallo e Domenico, acuto, congetturò: “Sicuramente ho sofferto di
una allucinazione bella e buona!”.
Povero
pupetto! Pur essendo già allora un superdotato, Domenico aveva poche nozioni
del mondo. E non possedeva ancora una cultura classica. Perciò ignorava
l’esistenza degli eroi greci.
Più
tardi, a scuola, avrebbe mandato giù litri di epica e nella singolar tenzone fra
Achille ed Ettore avrebbe scelto quest’ultimo. Purtroppo i suoi insegnanti non
gli avrebbero fatto ascoltare la voce autentica di Omero, che nel mentre
raccontava l’eroismo dei combattenti contemporaneamente suggeriva l’idea che la
guerra fosse una sporca faccenda: “Sarebbe stato molto duro di cuore chi allora
avesse goduto guardando le pene della guerra e non si fosse invece angustiato”
(Iliade, XIII, 343-4).
ONLY YOU…
Only you can make this world seem right
Only you can make the darkness bright
Only you and you alone
Can thrill me like you do
And fill my heart with love for only you.
(1954-1955)
La
tavola era apparecchiata con gusto. C’erano delle candele sulle alzate,
tovaglioli multicolori, bicchieri di carta per il pupetto e di cristallo per le
zie e la nonna. Nei piatti - decorati con scene di caccia - due voulevant
farciti di insalata russa, prosciutto crudo avvolto su grissini torinesi, un
assaggio di pâté, un’oliva solitaria senza nocciolo.
Le
due zie (una magra come un chiodo e una tarchiata con la crocchia) e la nonna,
che imperava dall’alto della sua magrezza cadaverica, guardavano commosse e
premurose il pupetto di cinque anni, che impugnava una di quei bastoncini
(dette candeline) che lanciavano tutto intorno scintille magiche.
Il
viso del bambino era raggiante. Finalmente si trovava in una famiglia “amica” e
non doveva sorbirsi il brutto muso del padre. La situazione ahimè non era altrettanto
rosea per le due sorelle, più piccole, seppur di poco. Loro trascorrevano il
Capodanno a casa e con tutta probabilità in quel momento erano con la vecchia
baby sitter, mentre i due genitori facevano sciambola in qualche dancing. Ma il
pupetto, in quel momento, non ci pensava affatto alle due sorelline. E non
pensava neanche alla mamma, che lo accudiva come se fosse sempre malato, ma poi,
quando si trattava di fargli un sorriso o di dargli un bacio, si voltava
dall’altra parte.
Quando aveva sentito cantare per la prima volta Only you? Inutile ricorrere all’ipnosi o al penthotal. Vittorio se lo ricordava benissimo.
La sala di casa sua era al buio. I genitori erano in vacanza. La cuginetta Donatella ballava stretta stretta con un compagno di scuola. Donatella avrebbe dovuto occuparsi di lui e delle sue sorelle. Ma a parte mettere del latte sul fuoco, strappare una bustina di purea in polvere e cucinare delle stelline in brodo, la cuginetta non si spingeva oltre.
E
adesso ballava stretta stretta con il suo compagno di scuola e ogni tanto
faceva un movimento simil rotatorio col bacino che al suo compagno sembra
piacesse un sacco. E infatti si metteva a mugolare e si stringeva ancora di più
a lei.
Only
you
quella volta a Vittorio gli era sembrato una specie di filtro d’amore. Anche se
ovviamente non sapeva cosa fosse l’amore.
La
sua vita era abbastanza grama e Vittorio sommariamente lo intuiva. Ma una
canzone come quella gli strappava uno strano languore. Quasi come i capodanni
con le zie e con la nonna.
(brani tratti da SOLO BOCCA, racconto sconveniente di Pietro Cabrini)
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