Torno sul tema che ho già affrontato nell'ultimo post, dove si è parlato di Universo del ROMANZO e di Universo del LETTORE. Due universi che a volte sono separati da altissimi steccati (tradotto: la buona letteratura viene schifata dal lettore medio).
Oggi vorrei cercare di mettere meglio a fuoco il problema della QUALITA'. Cercherò cioè di rispondere alla domanda: che differenza c'è fra la Letteratura e la Narrativa di consumo?
Per farlo, però, mi servirò non del romanzo, ma del cinema, dove la differenza fra Cinema d'autore e Cinema commerciale la si percepisce in modo più immediato.
Oltretutto la Letteratura è poco conosciuta. Se faccio il nome di Thomas Pynchon quanti di voi mi saprebbero dire che cosa ha scritto? Eppure si tratta di uno degli autori viventi, americani, più osannati dalla critica!
Non parliamo poi di John Hawkes, uno dei padri fondatori del post moderno. Autore di cui in Italia si sono tradotti solo 2 romanzi su 21.
Nel caso del cinema, invece, non c'è neanche bisogno di citare il regista. Ci si accontenta di diciture come film da Oscar, film da cassetta, cine panettone, film da festival (di Cannes, di Berlino, di Venezia...).
Insomma, nel caso del cinema, la distinzione fra Alto e Basso sono più chiare, più immediate. Si sa dove "alloggia" il cinema commerciale (es. Netflix) e dove "alloggia" quello d'autore (una volta nei cinemini d'essai, adesso in piattaforme come Mubi).
Malgrado queste differenze, Cinema e Letteratura hanno però una criticità in comune e questo ci consente di prendere la scorciatoia del cinema per arrivare alla letteratura: il buon cinema e la buona letteratura ... annoiano!
Ed eccoci con questo alla prima caratteristica del cinema d'autore che lo distingue da quello commerciale: il cinema d'autore... non ha fretta! In altre parole il cinema d'autore è lento (a volte lento in modo esasperante). E questo perché il cinema d'autore non punta sul coinvolgimento adrenalinico (uso questo termine in mancanza di meglio) dello spettatore. Non vuole uno spettatore che penda dalle sue labbra come il bambino che ascolta la fiaba della buona notte.
Sì, perchè c'è coinvolgimento e coinvolgimento. Quello che noi chiamiamo tifo (sportivo) ha caratteristiche emotive che in parte si ritrovano anche nel rapporto fra lo spettatore e la cinematografia commerciale. I temi devono essere "forti" (anche nel caso di un film sentimentale), gli attori devono essere possibilmente volti noti, la trama dev'essere coinvolgente al massimo. E tutto ciò per assicurare l'identificazione con i protagonisti. Insomma, il film commerciale fallisce se non ti prende alla gola! Se non stai con il fiato sospeso dall'inizio alla fine. Come quando assisti a una partita di Champion League (naturalmente sto calcanndo la mano, ma è per spiegare il concetto).
Al contrario, il film d'autore non utilizza attori noti, non ha trame forti. Oppure, se le ha, le smorza, come se gli importasse poco di coinvolgere lo spettatore. Il film d'autore in compenso ha immagini bellissime, a volte sublimi, su cui si dilunga e ha colonne sonore spesso molto raffinate. Alla fine di un film d'autore può capitare di dire: "Ma cosa esattamente voleva dire?". Una domanda che non viene mai girata ai film commerciali. E' sottinteso che i film commerciali non hanno niente da dire. Scorrono, ti prendono, ti intrattengono. Fine della fiera!
Coinvolgimento. Ecco, a mio parere, il termine CHIAVE. Se il coinvolgimento che ci attendiamo è del tipo: che sballo! o che divertimento! Allora il cinema d'autore si mette automaticamente fuori gioco. Perchè il coinvolgimento che sollecita non è partecipativo, ma caso mai è un coinvolgimento fra complici (in questo senso è un cinema snob per spettatori snob).
Faccio subito un esempio: c'è un vecchio film di Dreyer, Vampyr (1932), che è fra i primi film di questo genere (prima di lui viene il Nosferatu di Murnau, 1922). La pellicola ha un ritmo lento, il vampiro è addirittura una vecchia signora, l'ambientazione non è particolarmente lugubre. Però ci sono alcuni "tocchi di classe" che rendono questo film indimenticabile: l'immagine (in b/n) del contadino con la falce che attaversa il fiume su una chiatta, la sequenza in cui il protagonista è in una bara e si vede dall'oblò mentre guarda il mondo dalla posizione di un morto.
Certo, per apprezzare perle cinematografiche come queste bisogna avere una certa disponibilità d'animo. Che è il contrario di quella di Fantozzi quando urlava: "La corazzata Potmkin è una cagata".
Il coinvolgimento che richiede oggi la visione di un film di Eisestein è più mentale che de panza. Non a caso il regista russo utilizza molto il primo piano e il "fermo immagine". Cioè diluisce l'azione spezzandola in tante sequenze (ciò vale anche per l'Alessander Nevsky e la famosa scena dei cavalieri teutonici che affogano nel ghiaccio). Mentale però non significa algido. Un coinvolgimento mentale può essere altamente emotivo. Solo che coinvolge emozioni di altro tipo. Emozioni che per intenderci potremmo chiamare estetiche, onde distinguerle da quel tifo sportivo di cui parlavamo prima.
Io per esempio sono uno dei pochi (nel mio giro) che mi emoziono vedendo un film di Carmelo Bene (per esempio il cortometraggio Hermitage). Mi emozionano proprio le eccentricità della sua produzione, l'assenza (apparente) di una trama riconoscibile, il compiacimento estetico.
Facendo un parallelo molto azzardato, la differenza è la stessa che corre fra DESIDERIO e PIACERE. Io ho sempre trovato deludente il piacere, perché azzera il desiderio. Finito di provare piacere sei col culo per terra. Nel caso di una visione cinematografica, ti alzi e spegni il televisore. Sei appagato, sbadigli, ti lavi i denti e vai a letto. Davanti a un film d'autore, quando è finito, ti poni delle domande (nell'ipotesi peggiore ti chiedi: cosa voleva dire?), ci rimugini sopra, torni anche a rivederlo. L'esperienza non si esaurisce così sui due piedi!
E la letteratura?
Beh, in questo caso non si può fare un parallelo diretto, ma qualcosa del discorso fatto può tornare utile. La letteratura può "emozionare" a patto di non chiedere ad essa di soddisfare la fame di "trama" (magari con lieto fine). Al contrario, la lettura di autori come Pinchon richiede una sorta di "sospensione". Seguire un filo rosso nei suoi romanzi è quasi impossibile, perché l'autore ama le divagazioni. Perciò devi evitare di chiederti: dove va a parare? Devi invece goderti la pagina e i volteggi dell'autore.
Insomma, devi abbandonarti a un piacere estetico. Anche quando il romanzo, d'autore, che stai leggendo, parla di cose tristi o di cose tremende, come il genocidio degli Herero (Pinchon, "V", capitolo IX) . Ma è il modo in cui ne parla che fa la differenza!
Come il film d'autore, il romanzo d'autore... non ha fretta!
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